mercoledì 24 luglio 2013

Un medico



Sono sei anni, da quando ho iniziato a tenere questo sito, che il sottotitolo sta lì dov'è e penso che i tempi siano finalmente maturi per spiegarne il perché.


Il protagonista della canzone di De Andrè e prima ancora della poesia di Lee Masters da cui il suddetto titolo è tratto è un giovane dottore appena laureato che vuole "essere buono e saggio e coraggioso e utile al prossimo", ma poi si rende conto che i suoi compaesani sono dei poveracci e che non sopravviverà mai con quel poco che guadagna, così inizia a vendere elisir di giovinezza e finisce i suoi giorni in carcere scontando la pena per truffa.

De Andrè aggiunge alla storia lapidaria di Lee Masters un tocco di romanticismo: un bambino che vede ogni anno sfiorire i ciliegi per far posto ai frutti e in questo passaggio stagionale legge il male del mondo, quello a cui desidera porre fine aiutando "i ciliegi a tornare in fiore". Non per un dio (De Andrè non avrebbe mai detto come Masters "porterò il credo cristiano nella pratica della medicina"), ma nemmeno per gioco, perché il bambino è ormai cresciuto, è un dottore vero.
Il prosieguo della storia è il medesimo, con l'aggiunta di un solo, piccolo, insignificante e poetico dettaglio: quell'elisir di lunga vita altro non è se non l'estratto dei fiori di ciliegio, di quei sogni di bambino sbriciolatisi all'impatto con l'amara realtà.

Bella storia di merda a fare da frontespizio a un sito di medicina no?

Le aspettative del bambino di De Andrè sono spropositate: lui vuole "guarire i ciliegi" che da un lato è impossibile (se sfiorire è ammalarsi allora sono destinati a farlo), dall'altro è inutile perché rifioriscono da soli ogni primavera. Non importa, quindi, se la sua motivazione è la più giusta del mondo, è destinato a fallire in ogni caso e la caduta da un'altezza simile non potrà che essere vertiginosa.

Di certo più in basso di così il dottore non poteva scendere, "bollato come imbroglione e truffatore dall'integerrimo Giudice Federale" dice Masters, il giudice sì che ha capito tutto, sembra sottintendere, lui e gli altri medici che "sanno cosa c'è nel tuo cuore" e ti condannano a morire di fame.

Quello che mi chiedo, però, è se la storia del medico di Spoon River potesse finire meglio. Era davvero l'unica soluzione passare da medico degli ultimi a truffatore di danarosi? La caduta è una conseguenza aritmetica dell'avere delle aspettative eccessive?
Molti di coloro che aspirano a fare questo mestiere lo fanno per una generica necessità di essere utili al prossimo o di sentirsi buoni per aver alleviato le sofferenze di qualcuno. Motivazioni che vengono però messe alla prova molto presto, prima ancora di avere la possibilità di "giurare ricevendo il diploma". Ci sarà sempre la circostanza, il paziente, l'evento che ti insinua il dubbio di essere stato troppo ingenuo, di aver avuto aspettative troppo alte.

Non è più una questione di "morire di fame" perché all'onorario dei nobili salvatori del popolo ci pensa (per ora) lo Stato, è più una questione di "morire dentro".
La bilancia della soddisfazione in medicina è composta da granelli di sabbia e da macigni. Un solo macigno è in grado di buttare al vento milioni di sassolini faticosamente raccolti.

Purtroppo nell'immaginario collettivo, e quindi anche in quello di chi si accinge a intraprendere questo percorso, il medico "salva delle vite". Nella realtà no, non salva vite,non sempre almeno, ma le incontra.
Si interfaccia con persone di ogni tipo, in condizioni particolari usufruendo di un rapporto peculiare, quello in cui il paziente può/deve fidarsi/confidarsi di e con chi sembra avere per caso in mano la sua salute.
Ogni giorno ci sono momenti in cui, come medico, senti di dovere a tutti una risposta, ma quello che importa in realtà è la domanda. In queste circostanze si può imparare molto tacendo, non abbandonando, ma ascoltando.

Qualcuno una volta su questo mio frontespizio ebbe a dire che per quanto rileggesse la frase gli piaceva sempre meno:
Perchè mi hanno insegnato che i ciliegi non hanno bisogno di noi per tornare in fiore ogni primavera... e "fare", "agire", "pensare", insomma "vivere" per qualcosa che non necessita del nostro "vivere" mi sembra tempo sprecato.

E' vero, guarire i ciliegi è inutile, lo è perché è il sogno di un bambino, del tutto irreale.
Ma anche la medicina è inutile, vana, irreale: combatte una battaglia che sa di perdere, solo per allungare e forse migliorare una vita che è destinata a finire.
Perché qualcosa cambi bisogna credere che il cambiamento sia possibile e che possiamo esserne artefici, ma è possibile che il macigno che spazza via tutte le illusioni arrivi indipendentemente dalle nostre convinzioni. Ed è qui che si apre il bivio tra un medico, quello di De Andrè, e il medico che vorremmo essere. Non più ingenuo, ma altrettanto desideroso di volare alto.

Per questo, anche se allora non lo sapevo, mi piaceva quella frase e per questo non l'ho mai cambiata: perchè è un monito a non trasformare l'odore dei fiori di ciliegio di quando eravamo bambini nell'elisir della nostra rovina.

lunedì 15 luglio 2013

Socrate e il Concorso per le Scuole di Specialità di Medicina

Il concorso di specialità è stata la mia vita per gli ultimi mesi, quindi non vedo di cos'altro vi potrei parlare.
So che è strano, ma non è mia intenzione lamentarmene, non subito almeno. Voglio prima provare a mettervi nella prospettiva di chi lo ha concepito e per farlo ho preso spunto da uno scrittore underground innovativo: un certo Platone.
Questo sarà quindi un dialogo tra Socrate e un lontano parente di quello che lo accompagnerà alla morte nel carcere di Atene, Cristone (il perchè di questo nomen-omen vi sarà forse chiaro alla fine del dialogo). Non resta che augurarvi buona lettura.

I.

S: O Cristone dove vai così di fretta?
C: Socrate, cercavo proprio te, mi è stato affidato un compito che non sono in grado di svolgere, ho bisogno del consiglio di un sapiente
S: giammai mi definirei sapiente, o Cristone, ma forse assieme, interrogandoci potremmo risolvere il tuo problema, di cosa si tratta?
C: mi hanno affidato il compito di selezionare le nuove modalità di concorso per le scuole di specializzazione di medicina
S: è un compito molto delicato, come pensi di venirne a capo?
C: è proprio per questo che ho necessità del tuo aiuto, Socrate.
S: bene, vediamo dunque, non vogliamo forse che i medici del futuro siano persone sagge?
C: certo che lo vogliamo, Socrate
S: e come possiamo valutare che lo siano?
C: devono avere avuto dei buoni risultati all'università, questo dimostrerà la loro intelligenza e il loro impegno
S: pensi, Cristone, che questo, il profitto universitario intendo, sia sufficiente al punto da essere l'unico criterio per selezionare un aspirante specializzando?
C: no, o Socrate, sicuramente ci sono degli altri fattori altrettanto rilevanti
S: e quali sono?
C: ad esempio il giovane medico dovrebbe dimostrare di essere interessato alla materia e di aver frequentato con assiduità il reparto dei suoi maestri, Socrate!
S: senza dubbio, che altro?
C: magari potrebbe aver pubblicato qualcosa per rendere maggior onore al suo dipartimento
S: ottimo, e non trovi forse che dovrebbe essere anche a conoscenza delle arti della medicina in generale, o Cristone?
C: sì, certamente è come dici, Socrate
S: e non dovrebbe forse sapere anche qualcosa di più specifico riguardo alla specialità che si accinge ad intraprendere? Non dovrebbe forse dimostrare di aver speso proficuamente il proprio tempo in reparto accrescendo le proprie conoscenze?
C: non posso dire che tu abbia torto
S: bene, e pensi forse che questi siano criteri sufficienti per selezionare un aspirante specializzando?
C: mi sembra che bastino, sì
S: non dimentichi forse la parte pratica?
C: Hai ragione, la si potrebbe valutare con un colloquio orale
S: Non pensi forse, Cristone, che un orale con una commissione costituita dagli stessi professori che hanno cresciuto il proprio allievo in reparto si presti a distorsioni e favoritismi?
C: certamente, Socrate, come pensi, però, che si possa risolvere questo problema?
S: certamente non è facile, ma non trovi che uno scritto a risposta aperta in busta chiusa renderebbe giustizia delle conoscenze del candidato senza che la sua persona influenzi i componenti della commissione?
C: non so come ho fatto a non pensarci prima, Socrate, hai proprio ragione!


II.

S: abbiamo quindi concluso, o Cristone, che per selezionare un giovane medico sono necessarie almeno quattro virtù: la sua bravura in ambito accademico, la sua dedizione nella frequenza, le conoscenze di medicina generale e quelle specialistiche. Pensi che questi parametri debbano pesare tutti quanti allo stesso modo?
C: certamente no, o Socrate, alcuni di questi sono più importanti di altri
S: e che peso attribuiresti ai primi due, la carriera e la frequenza?
C: non più di un quarto, Socrate, altrimenti coloro che hanno parenti in università potrebbero passare davanti ai cittadini realmente meritevoli!
S: e come divideremo i restanti tre quarti?
C: penso che sarebbe corretto che metà di questa parte sia utilizzata per valutare le conoscenze generali e l'altra metà nozioni specialistiche.
S: Quindi se avessi 100 sassolini di uguale misura con cui votare per ciascuna virtù dei candidati ne useresti 25 per la carriera, 40 per le conoscenze di medicina e 35 per le competenze specifiche, è così?
C: è così, Socrate
S: non ti sembra che 35 sassi su 100 sia un peso eccessivo da attribuirsi a competenze di una specialità che il giovane si accinge appena ad intraprendere?
C: no, Socrate, perchè se lo studente è diligente e frequenta, ad esempio, il reparto di dermatologia dal quarto anno, una volta laureato difficilmente sarà esperto nella nobile arte dei farmaci e veleni e molto meglio saprà distinguere le chiazze della pelle! Se attribuissimo un valore minore alle competenze specifiche e uno maggiore alla medicina nel complesso questo giusto cittadino non avrebbe alcuna possibilità.
S: vedo che sai come ragionare, o Cristone, facciamo come dici.



III.

S: vedo che abbiamo già quasi svolto il compito che ti era stato assegnato, o Cristone, abbiamo stabilito quali siano le virtù che un giovane specializzando deve avere e abbiamo fissato il peso di ciascuna di esse, ci resta da stabilire i parametri con i quali valutare queste virtù. Iniziamo dalla carriera universitaria, come la peseresti?
C: io penso, o Socrate, che il modo migliore per valutare il profitto di uno studente sia il voto di laurea
S: pensi quindi che gli studenti che arrivano alla fine dei propri studi con centodiecielode siano tutti uguali o c'è forse qualcosa che li distingue e alcuni sono più bravi e altri meno?
C: sicuramente c'è qualcosa che li distingue
S: e come potremmo fare a distinguerli?
C: potremmo utilizzare i voti degli esami al posto del voto di laurea
S: non pensi forse che in questo modo toglieremmo valore alla tesi di laurea e più nessuno vorrebbe dedicarcisi dal momento che così poco viene presa in considerazione?
C: è senza dubbio come dici, Socrate, cosa proponi dunque?
S: non sarebbe forse più corretto valutare sia il voto di laurea, e quindi la tesi, sia i voti degli esami?
C: certamente è più giusto.
S: e come misuriamo il resto della carriera?
C: potremmo considerare quanto lo studente ha frequentato il reparto
S: non hai forse detto poc'anzi che è molto comune l'usanza di raccomandare i propri figli e nipoti? Non pensi forse che la certificazione della presenza potrebbe essere diversa in ragione di questi favoritismi?
C: è un problema a cui non avevo pensato, Socrate, ma è come dici.
S: non sarebbe forse più corretto considerare a che specialità afferisce la tesi? Per prepararla lo studente deve aver frequentato con assiduità il reparto!
C: un metodo semplice eppure efficace, non mi meraviglio che tutti ti definiscano saggio, o Socrate.
S: Pensi dunque che questo possa essere l'unico parametro per misurare l'interesse del candidato?
C: no, Socrate, sicuramente ne esistono degli altri
S: e quali?
C: si potrebbero considerare attività svolte in università o convegni inerenti alla specialità o articoli pubblicati dallo studente
S: Mi sembra corretto. Che peso attribuiresti a questi parametri, o Cristone?
C: penso che la tesi dovrebbe valere non più della metà della metà dei punti della carriera, quindi 7 su 100, le altre attività massimo 3 su 100 e gli articoli lo stesso, 3 su 100.
S: Benissimo, ora possiamo chiederci come determinare le competenze sulla scienza medica. Come pensi di verificarle?
C: si potrebbe richiedere ai candidati di rispondere ad alcune domande su un caso clinico loro presentato, o su più casi clinici che spazino in vari ambiti del sapere medico
S: quello che dici è corretto, o Cristone, ma ti ricordo che attribuire una valutazione a questo tipo di prove è molto complesso e si presta a facili rimaneggiamenti qualora coloro che ne sono incaricati non siano onesti!
C: hai senza dubbio ragione, o Socrate, tu cosa proponi dunque?
S: non trovi che rispondere a brevi domande come quelle che io ti pongo sia più facile?
C: è come dici, Socrate
S: e non trovi che sia più facile per chi ci ascolta stabilire se la risposta è giusta o sbagliata?
C: non posso darti torto
S: so di una terra d'oltremare dove questo metodo di indagine è piuttosto diffuso, mi pare lo chiamino "quiz", si tratta di domande brevi con risposte predefinite e il candidato deve solo scegliere quella più corretta tra le cinque possibilità
C: un sistema rivoluzionario, Socrate.
S: si tratta di domande facili da formulare, brevi da risolvere e soprattutto da correggere, sono trasparenti e incontrovertibili, se la risposta corretta è A non c'è modo che un tiranno riesca a dimostrare che è B
C: questo è senza dubbio vero in Grecia, o Socrate, ma devo avvisarti che in Italia sono molto litigiosi e immagino che un sistema simile genererebbe migliaia di ricorsi, con avvocati pronti a qualsiasi cavillo per dimostrare che è corretta anche la risposta B con conseguenti alterazioni della graduatoria.
S: è un problema che si potrebbe risolvere facilmente, o Cristone
C: non riesco a vedere come, Socrate
S: sarà sufficiente fornire con stretto anticipo l'elenco completo delle domande con la risposta corretta, in questo modo nessuno potrà lamentarsi di non esserne a conoscenza
C: ma Socrate, in tal caso non basterà che il giovane impari le risposte senza che sia per lui necessario studiare?
S: non se le domande saranno in numero sufficiente da rendere questa prova impossibile per un intelletto umano
C: capisco, e quante dovrebbero essere? Mille?
S: no, almeno una miriade [10.000 N.d.T]
C: nessuno è in grado di scriverne tante diverse ogni anno, penso che il massimo siano cinque migliaia
S: e sia!


IV.

S: come vedi il tuo compito è quasi concluso, o Cristone, ci resta da stabilire quante di queste domande "quiz" far risolvere al candidato.
C: abbiamo detto la metà dei due terzi di conoscenze di medicina, sono circa 40 su 100.
S: e pensi quindi di attribuire 35 su 100 alla domanda in busta chiusa, non pensi forse che i tiranni di prima potrebbero agire facilmente su questa prova se le attribuiamo un peso così grande?
C: sei molto cauto, Socrate, e hai senza subbio ragione, potremmo aggiungere delle domande "quiz" anche per le specialità
S: mi sembra una buona idea, o Cristone, e quanto vogliamo che pesino?
C: 20 su 100, così assieme alle altre 40 di medicina fa 60.
S: Vedo che l'algebra non ti inganna, Cristone, ma questo significa che dovremo inventare altre domande per ciascuna delle specialità e saranno ben più di una miriade!
C: purtroppo non è possibile, Socrate, ci sono specialità per cui non esiste un tale numero di domande da porre
S: cosa proponi dunque?
C: penso che il numero giusto possa essere 350.
S: bene, vedo dunque che abbiamo definito cosa sia un medico giusto e preparato e quali siano le sue virtù che è necessario considerare per consentire solo ai migliori di entrare in specialità
C: in buona parte è merito tuo, Socrate
S: no Cristone, come vedi non ne sapevo nulla più di te, ho solo tirato fuori le idee che non sapevi di avere così come fa la levatrice con i bambini.

sabato 6 luglio 2013

Super Mario Mininterno e le Scuole di Specializzazione di Medicina

L'abrutimento di rispondere ai quiz dell'esame di specialità* ricorda quello dei primi videogiochi: quelli che la mamma ti vietava perché sembrava un modo poco sano di passare il pomeriggio e "esci a giocare con gli amici anziché stare attaccato a quel Game Boy".
Prima che inventassero la Playstation e le memory card per salvare la partita a piacimento, per noi nati negli Ottanta "videogioco" voleva dire solo una cosa: Super Mario Bros. No, non Super Mario Galaxy o Mario Kart o Warioland o qualche altra schifezza nata sull'onda del successo, Super Mario Bros. l'originale per il game boy di prima generazione, quella mattonella con lo schermo monocolore che in controluce non vedevi una mazza... o e-ink, come lo chiamerebbero oggi se Amazon dovesse trovare una scusa per venderlo al quintuplo del suo valore.

Prima che qualche genio (forse padre di un bambino divenuto autistico per il troppo gioco) inventasse il salvataggio di metà livello, ogni giocatore di Supermario arrivava a un punto in cui il baffuto alter ego idraulico moriva costantemente, centinaia di volte di seguito.
Il resto del livello lo facevi a memoria in scioltezza, sapevi dove saltare, dove prendere il funghetto, da che parte sarebbe spuntata la tartaruga e neanche più provavi ad ammazzarla, la evitavi e basta. Poi ti imbattevi ineluttabilmente in quel maledetto triplo salto sulle piattaforme semoventi coi cannoni e cadevi giù, ancora, ancora e poi ancora.

Ogni tanto dall'ansia di arrivarci e dallo scazzo dovuto alla frustrazione morivi pure prima, in un salto semplicissimo nel quale normalmente non avresti avuto nessun problema.
Ma niente, interi pomeriggi condannati a tentare di sopravvivere allo stesso maledetto intrico di bit escogitato da qualche mente malata. Finchè delle due l'una: o abbandonavi completamente il gioco o per una fortunata serie di circostanze la tua perseveranza veniva premiata e riuscivi a completare il livello... solo per trovare un analogo ostacolo nel successivo.

Il quarto/quinto giro di quiz dell'esame di specialità è esattamente così, mamma che ti urla di non affaticare gli occhi e andare a mangiare un gelato fuori compresa. Ci sono domande che fai a occhi chiusi, quelle che hai già fatto talmente tante volte che ormai le sbagli per incuria e quelle stramaledettissime piattaforme da cui cadi sempre allo stesso modo.
Con lo stesso senso di apparente divertimento e la stessa immensa frustrazione che le generazioni analogiche forse ignorano.

Che poi, io ho sempre fatto schifo a Super Mario e quella smorfiosa della principessa non l'ho mai salvata sul serio dal drago.


questo è il massimo del divertimento che posso offrirvi sotto esame di specialità. Per il resto vi rimando a ZeroCalcare, lui sì che ha capito tutto dei videogiochi.



* per chi non capisse di cosa sto parlando (beati voi), vi basti sapere che per l'esame che sosterrò a breve (e del quale avrò modo di lamentarmi diffusamente e organicamente in seguito) sono costretta a memorizzare le risposte a 5750 quiz di argomento medico, a mezzo di un apposito software gentilmente fornito dal miur attraverso il mirabile sito denominato mininterno.